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Social learning e conoscenza partecipata [prima parte]

Mi pare di cogliere da tutti gli interventi finora pubblicati che la risposta alla domanda iniziale, se il social learning digitale identifichi qualcosa di rivoluzionario oppure no, sia unanimemente affermativa e che tale aspetto rivoluzionario non stia né nella connotazione sociale dell’apprendimento, che - come ci ricorda Pier Cesare Rivoltella- è un processo per sua natura sociale, né nella disponibilità di nuove tecnologie ispirate ai social media, che sono state negli ultimi anni massicciamente introdotte con aspettative salvifiche nelle aziende, come se potessero di per sé garantire quell’agilità necessaria a rispondere alle accelerazioni che sono diventate la condizione ordinaria di vita delle aziende.

Non solo: anche molte dinamiche che caratterizzano l’era del social learning, come la gamification (vedasi il libro “The gamification of learning and instruction” di Kapp K.M.), le community e l’informal learning (vedasi il blog di Informal Learning), sotto l’apparente nuovo labelling, sono tutt’altro che nuove: da sempre si impara di più quando nei processi di apprendimento intervengono le emozioni e ci si diverte, da sempre le persone si aggregano sulla base di interessi e problemi comuni, e da sempre si impara facendo, conversando e confrontandosi con i colleghi in contesti di formazione destrutturati piuttosto che nei contesti e nei luoghi formalmente deputati a questo obiettivo.

Che cosa c’è allora di nuovo? Perché si sente il bisogno di aggettivare l’apprendimento con il termine sociale? E perché le aziende investono così tante speranze nei social media?

Il nuovo che tutti noi osserviamo non ha certamente a che fare con la semplice evoluzione dell’e-learning, ma con un cambiamento di fondo delle dinamiche che intercorrono fra azienda-persone-conoscenza e con un orizzonte che interconnette sempre più i processi di apprendimento con quelli di emersione, condivisione e gestione della conoscenza in progress (diversa cioè da quella archiviata nei database e congelata nei deliverable di progetto). Questo cambiamento di paradigma richiede a mio avviso di essere identificato con una dicitura diversa da quella di social learning, quale potrebbe essere quello di “conoscenza partecipata” (vedasi il libro “La conoscenza partecipata” di Astrologo D. e Garbolino F.).

La conoscenza partecipata identifica infatti tutte le forme di apprendimento che derivano dalla reale partecipazione delle persone alla crescita continua e alla diffusione della conoscenza che circola nelle aziende, partecipazione che si dovrebbe tradurre, per le persone, in competenza e in velocità di reazione e di decisione e, per l’azienda, in efficienza, propulsione all’innovazione, agilità di processi. Un modello di apprendimento “partecipato” consente anche di raggiungere un obiettivo cruciale per le aziende, ovvero, come ci ricorda Giorgio De Michelis -  quello “di fare di più con meno”, perché le persone diventano esse stesse contributori e risorse di apprendimento per gli altri, con modalità peer2peer (orelationship-centered) che vanno progressivamente a integrarsi con quelle tradizionali, top down, in un sistema “duale” (per richiamare il modello di Kotter) di circolazione della conoscenza.

Tutto questorichiede però alle aziende un modo nuovo di gestire le relazioni, la motivazione e la comunicazione con le persone e di governare le dinamiche evolutive del sapere.

Innanzitutto si tratta di identificare quale conoscenza si vuole far emergere e quali apprendimenti diffondere: un’azienda non può infatti permettere che i suoi sistemi di conoscenza partecipata si trasformino in contenitori disorganizzati e inclusivi di tutte le informazioni che circolano in azienda, anche quelle obsolete, inutili, non attendibili e non aggiornate. Il rischio che questi sistemi diventino nel tempo una “discarica” di informazioni è infatti molto elevato. Occorre pertanto pensare in termini di “ecologia informativa” e ragionare prima di tutto su quali siano i contenuti di reale interesse per le persone e per l’azienda. Ho visto fallire molti progetti di social learning/conoscenza partecipata perché sono iniziati con la sperimentazione di strumenti di collaborazione prima di aver messo a fuoco contenuti e dinamiche, nell’illusione che i mezzi potessero da soli alimentare la motivazione delle persone (“iniziamo intanto a sperimentare le tecnologie, a vedere se funzionano…”). Il risultato più frequente è stato che il sistema nel suo complesso ha perso credibilità agli occhi dei potenziali fruitori, creando in tal modo terra bruciata e sfiducia intorno a questi progetti.

Nella mia esperienza, la conoscenza che interessa alle persone è innanzitutto quella pratica e utile a risolvere problemi e a trovare soluzioni e idee in modo collaborativo, attingendo all’intelligenza e alle esperienze di tutti. È la conoscenza “situata” di cui ci parla Giuseppe Scaratti, legata al saper fare, alle esperienze lavorative, alle lezioni apprese sul campo, quella che fa risparmiare tempo e che pertanto costituisce un beneficio concretamente e immediatamente percepibile. In questo senso, i progetti di conoscenza partecipata dovrebbero essere costruiti partendo da processi di problem solving collaborativo legati ai mestieri e alle famiglie professionali e studiando sul campo e insieme ai destinatari stessi gli scenari d’uso, i bisogni e i contesti di applicazione (user experience design). Il risultato è quello di una conoscenza “adulta”, che si rifà a un modello andragogico di apprendimento: l’adulto per apprendere ha bisogno di avere un problema da risolvere (vedasi Knowles M., Quando l’adulto impara, F. Angeli, 1993) e di potersi confrontare con persone ed esperienze. Jay Cross ha coniato a questo proposito il termine peeragogy.

Anche l’evoluzione degli standard dell’e-learning riflette la tendenza a valorizzare il sapere in tutti i contesti in cui si genera, non solo quello che viene trasferito nelle aule di formazione o nei wbt, e di selezionare ciò che è rilevante per il singolo individuo, superando l’approccio di “massa” che ha finora contraddistinto molte campagne formative. Sempre più l’apprendimento dovrà infatti essere personalizzato, contestualizzato e incisivo (più o meno come sta succedendo, nel marketing, ai modelli di customer relationship di tipo one2one). Il nuovo sistema di tracking Experience API (finalizzato a sostituire l’ormai datato SCORM) afferma infatti che “l’apprendimento avviene ovunque attraverso molteplici canali, strumenti e attività; bisogna poter rin(tracciare) tutte le esperienze e patrimonializzare quelle più significative.”

Tratto dal sito www.tincanapi.com

In questo scenario, più che i social media, ciò che è disruptive a livello tecnologico è a mio avviso la portabilità su mobile, che rende la conoscenza ubiqua e accessibile dove serve e quando serve, a portata di touch invece che di clic. La comunicazione via mobile è infatti uno dei fenomeni a più veloce tasso di crescita nella storia: mai prima d’ora abbiamo avuto la possibilità di accedere a così tante informazioni dove e quando vogliamo e di connetterci con persone indipendentemente dal luogo in cui si trovano (vedasi a questo proposito l’interessante report di Ian Huckabee). Inoltre, l’orientamento a utilizzare il proprio personal device (BYOD), come sottolinea Gartner è in continuo aumento, tant’è che è diventato una delle tematiche più rilevanti per le direzioni ICT, e costituirà un elemento di grande propulsione all’uso in mobilità di piattaforme di conoscenza partecipata. Sempre più avremo a disposizione interfacce responsive, che miglioreranno e semplificheranno la nostra user experience. Sempre più avremo modo di contattare, nel momento in cui ne abbiamo bisogno, persone in grado di aiutarci. Sempre più avremo a portata di mano contenuti che supportano l’operatività e che sono “intelligenti”: sono cioè in grado di “imparare” dalle nostre scelte e ricerche. Si tratterà di contenuti sempre più brevi e veloci da fruire, ad alto impatto, “incastrabili” nel tempo di lavoro (in una parola: Smart&AgileContent) e in grado di curare le “malattie” dell’e-learning, quali abbandoni, interruzioni, distrazioni, ampiamente studiate da Elliott Masie. Sempre più, infine, potremmo facilmente interagire e contribuire ad alimentare la conoscenza in un flusso continuo e dinamico in cui ciascuno “produrrà, acquisirà, aggiornerà” conoscenza e apprendimento. Si delinea in tal modo un workspace, in cui il confine fra apprendere e lavorare sarà sempre più labile e la separazione fra tempo di studio e tempo di applicazione sempre meno distinta (vedasi http://www.jaycross.com/wp/category/workscaping/).

Mobile learning e contesti d’uso: come cambierà l’esperienza di apprendimento. Tratto da Pinterest

Gli strumenti dunque, ci sono. Mancano però ancora le persone che li utilizzano o che sono motivate a utilizzarli, e le aziende che sono in grado di governare il cambiamento in corso. Ma di questo ne parleremo al prossimo post.

Leggi qui la seconda parte dell'articolo

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