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La natura sociale dell’apprendimento e il TTK Mentoring

 “Social learning”, dal punto di vista di una teoria dell’apprendimento informata e attenta, potremmo dire sia un ossimoro. È come dire “insegnamento insegnato”, o “condivisione collaborativa”. Quel che voglio dire è che l’apprendimento è sempre sociale. Lo è perché noi non operiamo mai al di fuori di un contesto e nei contesti gli artefatti e gli altri individui sono ciò nella cui relazione i nostri apprendimenti si generano, si modificano, vengono sostituiti o consolidati.

Le ragioni di questo dato vanno cercate a livello evolutivo. La genesi biologica dei processi educativi e formativi trova nel circuito-specchio un’importante conferma (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006; Rivoltella, 2012). Guardare un altro fare qualcosa implica che si sviluppi apprendimento non solo sul piano della consapevolezza riflessiva che guida la trasformazione delle proprie pratiche esperte, ma già sul piano di quello che potremmo chiamare “training neuronale”. Al tempo dei cacciatori-cercatori questo apprendimento sociobiologico è funzionale alla sopravvivenza, perché abilita al suo livello-base il dispositivo della previsione su cui ancora oggi si costruisce la nostra capacità di apprendimento e decision making più matura (Rivoltella, 2014). Nella formazione, lavorare con gli altri agisce sulla neuroplasticità: vi è un modellamento che è neurofisiologico prima ancora che riflessivo e culturale. Certo poi il livello della riflessività interviene a un livello più alto, garantisce un apporto ulteriore: ma la socialità dell’apprendere è già chiara sul piano biologico.

La necessità di qualificare l’apprendimento come “sociale” – nonostante la strutturale socialità dell’apprendere su base biologica - nasce dal fatto che nella tradizione didattica propria dei contesti istruzionali (la scuola, su tutti, ma anche l’Università) questa naturale socialità non è mai stata considerata in maniera adeguata: anzi, è stata sostituita dalla progressiva messa a punto di un approccio squisitamente individuale. A scuola “non si copia”, vi è sempre l’esigenza di stabilire quale sia l’apporto del singolo, si fa fatica a valutare un prodotto che non sia individuale. A scuola il lavoro di gruppo è  di solito residuale: serve come alleggerimento, raramente come spazio di costruzione delle conoscenze. 

L’orientamento individuale dell’apprendere in contesto istruzionale ha portato a una delle tante polarizzazioni che contribuiscono a mantenere lontane la scuola e l’azienda e ha reso necessario, nel mondo della teoria, parlare di Social Learning proprio per creare una discontinuità rispetto a questo tipo di tradizione. Ma, va ribadito: la dimensione sociale non è qualcosa che qualifichi un certo tipo di apprendimento, bensì la sua dimensione strutturale.

La tecnologia – in particolare gli ambienti di collaborazione on line e gli spazi di social networking – svolgono da questo punto di vista un’importante funzione di rifocalizzazione. Per dirla con James Paul Gee (2012), questi applicativi servono a ribadire la natura dell’uomo come un essere “plug and play”, determinato dagli strumenti che lo circondano e dalle persone con cui si relaziona. Ottimizzare il rapporto che ci lega agli altri e agli artefatti di cui ci possiamo servire per rispondere alle nostre esigenze, serve a sviluppare una Big Mind.

La Big Mind, nella prospettiva di Gee, è un dispositivo prodotto dalla capacità delle persone di mettere insieme strumenti e altre persone. Meno ragioniamo come piccole menti e più ragioniamo come grandi menti, più massimizziamo la nostra capacità di essere e fare cose intelligenti. Il programma da proporsi, dunque, potrebbe consistere nel tentativo di sviluppare “Grandi Menti”. Gee (2012; 200) lo formula così: "Interactive, elaborated, sustained talk about experience; connecting books, media, talk, and the world; and cultivating islands of expertise—all before the age of five—these are the foundations of school success and often of later success in college and society, at least as they now exist. Let’s call this essential early foundation “talk, text, and knowledge mentoring,” or “TTK mentoring” (where “talk” means interactive, sustained, elaborated talk)".

Il TTK mentoring potrebbe essere una bella provocazione da raccogliere, tanto nell’istruzione superiore che nelle organizzazioni. 

Riferimenti bibliografici
Gee, J.P. (2012). The Anti-Education Era. Creating Smartre Students through Digital Learning. New York: Palgrave McMillan.
Rivoltella, P.C. (2012). Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende. Milano: Raffaello Cortina.
Rivoltella, P.C. (2014). La previsione. Neuroscienze, apprendimento, didattica. Brescia: La Scuola.
Rizzolatti, G., Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano: Raffaello Cortina.
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