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Social Learning digitale: occasione per sviluppare capacità e fondare una nuova cittadinanza organizzativa?

Nel contributo che inaugura questo nuovo “Learning Talk”, Adriano Solidoro pone numerose e interessanti questioni che sollecitano un approfondimento a tutto campo dell’approccio, dei sistemi e degli strumenti riferibili – genericamente - al Social Learning digitale. Soprattutto, mette a tema le implicazioni pratiche di questa innovazione in diversi ambiti, dalle modalità di apprendimento al ruolo della tecnologia, dalle competenze necessarie a entrare nel mondo degli user del Social Learning digitale a quello della produzione della conoscenza. Fino a toccare il ruolo di chi si occupa di formazione nelle organizzazioni e di quanti, in generale, condividono responsabilità di sviluppo organizzativo. Le potenzialità del Social Learning digitale, infatti, sembrano davvero numerose e di diversa natura.

Di certo si tratta di un campo in cui vengono a intrecciarsi molti fili e altrettante prospettive, come quello della ricerca teorica, ma anche e soprattutto di quella applicata. Entrambe sembrano lasciare poco spazio all’affermarsi di un pensiero unico perché gli esiti degli studi non sono univoci. Piuttosto s’intuisce che con il Social Learning digitale si entra in un territorio nuovo che propone componenti di assoluta discontinuità rispetto all’esperienza precedente. Se non altro, la discontinuità appare marcata se si guarda alle attitudini e alle capacità richieste per entrare nel mondo del Social Learning digitale. Non ci riferiamo soltanto al ruolo di risorsa abilitante che avrebbe la tecnologia, ma anche alla “mentalità” necessaria da sviluppare per essere attori di questa nuova dimensione partecipativa dell’apprendimento e di cittadinanza sociale e organizzativa. Quest’aspetto interpella i decisori, i manager e gli architetti di apprendimento invitandoli a considerare la portata gestionale del dualismo inclusione/esclusione che può introdurre o rafforzare l’innovazione. La questione che si pone allora è se e quali investimenti prevedere per allargare il perimetro delle capacità, il cui approccio è considerato da economisti, come il pioniere Amartya Sen, e da filosofi, come Martha Nussbaum, fondamento della democrazia e dello sviluppo della persona.  Quella del Social Learning digitale, in questa prospettiva, rappresenterebbe una fertile occasione per accrescere le condizioni di accesso e presupposto di una cittadinanza organizzativa più diffusa. Le modalità di apprendimento più collaborative e partecipative – che costituiscono un po’ la cifra del Social Learning digitale – non possono essere disgiunte così dalla domanda sulle finalità dei modelli organizzativi e dalla visione che si ha dell’impresa. In questo senso il Social Learning digitale diventa progetto di democratizzazione dell’organizzazione del lavoro, una leva di gestione strategica delle c.d. risorse umane coerente con gli approcci soft alla costruzione delle relazioni strategia-struttura che trovano alimento nella teoria della resource-base view. Le modalità di apprendimento più collaborative e partecipative, se inserite in un programma consapevole, possono diventare fattore decisivo nella costruzione di una competenza distintiva dell’impresa e del suo management e, per questa via, possibile fonte di un vero e proprio vantaggio competitivo.

E’ una nuova sfida. Come ogni sfida può essere colta, ma anche diventare pietra d’inciampo per quanti volessero chiudere il Social Learning digitale nell’angolo dove esercitare approcci riduzionisti e collocarvi le innovazioni valorizzandole solo come fonte di qualche ritorno in termini di efficienza. Concorre a dare una fisionomia di tal natura al Social Learning digitale, ossia inteso come progetto di democratizzazione delle dinamiche organizzative e di sviluppo delle capacità, la circostanza che tale innovazione accentua senza dubbio la labilità dei confini – già marcati – tra il ruolo del docente e quello del discente. Un processo di progressiva e forse inarrestabile “confusione” che spiazza professionisti e mestieri, processi e strumenti. Un fenomeno che spiazzerà soprattutto – è soltanto un’ipotesi naturalmente – anche chi intende sprecare questa discontinuità per farla diventare un altro ferro utile per portare a casa qualche saving nei costi della formazione. Il Social Learning digitale, in realtà,  lavora prevalentemente su dimensioni sociali e chiama in causa approcci complessi e altrettante competenze. Il rischio però di considerarlo semplicemente un nuovo prodotto che risolve qualche problema fornendo soluzioni a esigenze specifiche c’è ed è grande. Sarebbe pericoloso considerare il Social Learning digitale come una nuova “app” da scaricare, una nuova scorciatoia per fuggire dalla responsabilità che portano le relazioni.

Da qualche anno siamo entrati nell'epoca delle app. Potremmo ormai vivere senza? Potremmo rinunciare alla comodità di salire in macchina per andare a un appuntamento e attivare una delle tante Maps disponibili che ti guida - con voce rassicurante in mezzo al traffico - senza doverti preparare prima? Facendoti risparmiare il tempo che avresti speso per andare su Google, per esempio, visualizzare il percorso e magari stamparlo? Troppo dispendioso. L’idea che il mondo possa essere concepito come una “super-app” è forte non solo per i nativi digitali, ma anche per le generazioni degli immigrati digitali. Si ripongono almeno in parte per il Social Learning le questioni avanzate da Howard Gardner e Katie Davis nel libro Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale (Feltrinelli, 2014). Almeno in parte, si ripropongono per il Social Learning digitale le questioni affrontate nel volume, al fondo c’è quella riassumibile in questi termini e già anticipata. Ci si domanda se l’abitudine di approcciare il mondo attraverso l’uso di applicazioni che ti portano subito all’obiettivo perseguito, vere e proprie “scorciatoie”, non porti anche a considerare la vita una sorta di super-app da organizzare come una tastiera di pulsanti da scaricare. La scuola e l’educazione, il lavoro e le imprese, la società civile e le relazioni, la famiglia e gli affetti, perfino la politica potrebbero essere concepite e valutate in funzione della disponibilità di risposte pronte a soddisfare le nostre esigenze e desideri. Tra le conseguenze più rilevanti ci sarebbe l’influenza che tale mentalità può avere sull’attitudine delle persone a ricercare “con mezzi propri” la soluzione a problemi nuovi. Può diventare il Social Learning digitale – se progettato con approcci deterministici - una piattaforma dove trovare la soluzione per ogni problema? Perché se fosse così ci si potrebbe domandare quanto aiuti la creatività o possa sviluppare quelle capacità fondamento della persona. O quanto possa aiutare davvero la costruzione di relazioni con gli altri. Dipenderà molto dalle pratiche che si svilupperanno attorno al Social Learning digitale. Come tutte le innovazioni dove la tecnologia è elevata si possono immaginare esiti diversi e non univoci. Potrà creare soggezione, disorientamento, dipendenza e nuove forme di esclusione; potrà al tempo stesso - di contro -  accelerare percorsi che facilitano diffusione di benessere e sviluppo delle nostre potenzialità, conoscenza, cittadinanza organizzativa. Può introdurre dimensioni che vanno in direzione del riconoscimento dell’umanità, ma anche rendere disumane e omologanti le sue applicazioni e pratiche. Per questo anche il Social Learning digitale richiederà il coinvolgimento di numerosi progettisti e attori. L’importante è che si vigili perché vengano sviluppate pratiche che incoraggino la progettazione di architetture aperte alla scoperta e all’incontro con ciò che non è predeterminato.

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