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Last updateWed, 13 Dec 2017 10am

Passare da uno spazio all’altro senza farsi del male

La ghirlanda di post di “Spazio e Apprendimento”, rivela un multiverso di aspetti complessi e correlati che si rincorrono e alimentano nei commenti di HR manager e docenti di design, professionisti del progetto e geografi, pedagogisti ed economisti, esperti di cinema e filosofi. Sembra emergere un modello di lettura con tratti ricorrenti, che fa il conto, quasi sempre, e in modo forse inconsapevole, con un “Mito della Macchina”, per dirla à la Mumford (1967), laddove la società moderna – e lo spazio per l’apprendimento che ne è espressione - è  rivelazione di  “… forza, velocità, movimento, standardizzazione, produzione di massa, quantificazione, precisione, uniformità, regolarità astronomica, controllo – soprattutto controllo...”.

 

In quel Mito anche la formazione è dentro un sistema ordinato e ben organizzato, come sottolinea Carmagnola, proponendoci l’immagine di Bartleby, lo scrivano di Melville: una dimensione – anche per le forme dell’apprendimento – che è omogenea, isotropa, uniforme e, spesso, squallida e alienante.

Sembra allora che la storia dello spazio del lavoro (inteso anche come spazio dell’apprendimento) sia la storia di una tensione costante al superamento di questa omogeneità, alla ricerca di configurazioni flessibili e adattabili alle situazioni, fino a riflettere nuovi modelli comportamentali, quelli, tra gli altri,  della generazione Y, come descrive Veronika Kollarovits. Uno spazio che punta sulla dimensione sociale, sulla relazione, sul lavoro di gruppo perché l’innovazione non nasce nella mente del singolo ma nell’interazione tra più soggetti. Aspetto, questo, che porta a superare le esigenze puramente funzionali (lay-out, confort, luce, aria ecc.), in una dimensione circolare che al di là di un approccio positivista e scientifico, proprio del Mito, rimette in gioco dimensioni, per così dire, soggettive, relazionali, psicologiche e perché no, metafisiche, a supporto dei processi di creazione della conoscenza.

E, difatti, un pattern ricorrente è proprio quello che insiste sul dualismo mente-cuore, come indica Diamantini, sociologo dell’innovazione, con la dicotomia tra spazi smart – evoluzione soft di precisione, uniformità e controllo – e luoghi slow - fisici, delle relazioni, della presenza – a supporto della meditazione o della concentrazione individuale, nidi al riparo di eventi per attivare, direbbe Gaston Bachelard, processi di rêverie ad occhi aperti.

L’opposizione smart-slow presenta tuttavia dei rischi: Carmagnolane amplifica alcuni con il pay-off enjoy!, il “piacere” al lavoro, che recupera aspetti di amenità, di gioco, di piacere, appunto, a tutti i costi, nelle forme e nei modi del progetto ma con il rischio, come sottolinea Piardi, che questa ricerca equivalga, in realtà, ad un fenomeno di green washing, quello di tante imprese senza scrupoli, in una relazione tra verosimile e autentico difficile da definire e circoscrivere. Insomma luoghi che nell’apparenza rappresentano un’arcadia organizzativa ma un clima ambientale non esattamente in sintonia con ciò che viene comunicato e rappresentato. L’epilogo, forse, di quella “economia delle (o per le) esperienze” che ha avuto un vero e proprio eccesso di successo sin dall’inizio degli anni 2000 e che ha diversi punti di contatto con il “design dei servizi”, pur con differenze di scopo sostanziali: pensare allo user-journey dell’utente per migliorarne comfort e qualità della vita, integrando aspetti sensoriali, cognitivi, emotivi, relazionali. È un po’ il senso, pur legato allo spazio retail nelle riflessioni di Massimo Fabbro, laddove progetto retail e progetto dello spazio dell’apprendimento sembrano sovrapporsi per finalità ed esigenze dell’offerta come della domanda.

Altro aspetto ricorrente nel blog è ciò che vede il luogo come milieu, cioè come spazio di cui appropriarsi e che può specificarsi, per perdere anonimato, anche grazie alla sua capacità di diventare aggregatore sociale. Questo luogo è addensatore di storie e di possibilità, con un suo proprio genius, che vive grazie alle azioni di chi lo percorre e lo abita. Si nutre di “tracce” e di “pattern”, che sono riconoscibili talvolta e, talaltra, no. È riferimento per la memoria ma anche supporto per la memorabilità di persone, situazioni, eventi. Goetaci fa sentire il suono dei passi di Volponi per i corridoi della Olivetti e ci rappresenta, verbalmente, gli oggetti di quel luogo amato, quelli, guarda un po’, disegnati per Olivetti Synthesis, da un maestro come Ettore Sottsass, funzionali e leggeri, slow, come dice Goeta, e in sintonia con il contesto, l’esterno verde, che si riflette nelle scelte cromatiche e di finitura di quei mobili. Una condizione che riprende il cosiddetto effetto “Diderot”, riferendosi ad una novella dell’autore francese, che descrive di quel tale a cui un amico regala un abito da camera e che però, purtroppo, nulla ha a che fare con l’arredo del contesto – lo studiolo – dove il tale avrebbe dovuto indossarlo. Spingendolo ad una scelta drastica: la sostituzione totale dell’arredo dello studio per renderlo adatto allo “stile” di quel prezioso regalo. Il rapporto e l’armonia tra i vari componenti di uno spazio di lavoro, per l’esperienza positiva che possono indurre, sembra possano aiutare e sostenere i processi di apprendimento. Talvolta questa armonia è un dato del tutto soggettivo: ci sono luoghi certamente non destinati al lavoro ma che diventano tali in una logica smart che libera ognuno dall’abitudine del bozzolo lavorativo tradizionale. I terzi luoghi, allora, diventano spazi attivi per l’apprendimento come un nomadico percorso di tram nelle parole di Valentina Signoreo – buon per loro! - il padiglione di un’isola alle Maldive descritto nel post di Stefano Malatesta, oppure la stanza di un albergo: tutte quinte di una nuova scenografia, diffusa, aperta e sostenibile, dell’apprendimento.  Anzi pare che in questi luoghi, terzi, accada che si accenda, con più facilità, la miccia della creatività. È proprio sul predellino di un tram che Poincaré, il famoso matematico e scienziato, avrà l’intuizione delle teorie che lo renderanno celebre. Luoghi anomali rispetto alla “tradizione” dell’apprendimento ma in linea con un sentito da generazione Y, come descrive vividamente Michel Serres, il quale usa una metafora generativa di forza straordinaria: una famosa rappresentazione di San Dionigi, patrono di Parigi, che porta con sé la propria testa decapitata salendo con i propri carnefici la collina di Montmartre per raggiungere il luogo destinato al martirio. Dionigi tiene la propria testa sulla punta delle dita, ed è così che, oggi, buona parte dei giovani accedono alla conoscenza, sganciandosi evidentemente dai luoghi, anzi vivendo tutti i luoghi come potenziali attivatori di tale conoscenza digitale perché accessibile, appunto, sfiorando il touch screen di uno smartphone...

Un continuum di luoghi dell’apprendimento quindi, che sembrerebbe, con mutazioni proprie, riprendere l’utopia di Ettore Sottsass de “Il Pianeta come Festival” del 1972: nidi abitabili (e funzionali anche al lavoro), posizionabili dovunque uno desiderasse farlo, strutture off-grid ante-litteram che ispirano, a metà degli anni novanta, Michele De Lucchi con il progetto di un padiglione dimostrativo, anche esso off-grid per “convention everywhere” (in Manzini E., Solid side. The search for consistency in a changing world, 1995) o, sempre De Lucchi con la provocazione di un auto “connessa”, pensata per FIAT (1998) e vista come “stanza” su ruote, con tanto di brise-soleil e desktop interno, con un gruppo motore staccabile, quasi un micro-trattore, con la funzione di trasportare e lasciare – dove fosse desiderabile – il lavoratore e la sua cella confortevole: in campagna, al lago, al mare, in collina, nella piazza di un assolato paesino del Salento...

Nel mio post lanciavo una provocazione: nel presente gli spazi ideali dell’apprendimento sono quelli che copiano gli spazi dei creativi, dalle agenzie di pubblicità agli studi di design. Nella sequenza del blog diversi contributi sembrano, pur con sfumature differenti, confermare questo assunto e cioè l’idea di uno spazio fisico destrutturato fatto di “luoghi di luoghi” come accade frequentemente negli studi di design o negli atelier artistici.

Tuttavia l’idea che lo spazio sia solo un insieme, coerente, di muri, arredi, oggetti e luci, suoni, odori è riduttivo. Sono spesso le persone che fanno lo spazio (come già visto a proposito di milieu…) e lo dice con grande forza visiva D’Incerti, citando scene di film famosi e meno noti, come quella del professor Keating de ”L’attimo fuggente”, che propone anomalia, eccezione, differenza, con lui in piedi sui banchi di un “iper-controllato” spazio-sistema educativo, attivo nel creare uno spazio altro, accogliente e fertile per l’innovazione e l’apprendimento, cambiando punti di vista, laddove un rigido lay-out, specchio di un modello condizionante, non può che rispondere ad un bisogno, superiore, di controllo.

Anomalia, eccezione, differenza, ricorrono anche nelle intuizioni di un umanista giapponese, Masao Yamagouchi, ispiratore di progetti - per l’ufficio – del designer italo-giapponese Isao Hosoe. Se la creatività favorisce l’apprendimento, intendendo quella come combinazione inedita di pezzi di conoscenza esistenti (nella famosa definizione di Poincaré) allora, per Yamaogouchi, è indicativo il ruolo, tutto culturale, di un Trickster, e cioè di un buffone di corte, binomio perfetto, a suo dire, di una conoscenza che combina il centro del potere stabilito (e del controllo) e la periferia dei fenomeni emergenti (e dell’anomalia). Persi i riferimenti della modernità, allora è proprio in tali anomalie che si trovano gli elementi produttivi del presente. Hosoe interpreta questo modello con un’idea di spazio dinamico e flessibile, che dia posto sufficiente a socializzazione e ad individualismo. Un luogo  che valorizza alcuni concetti come incontro, status, teatralità, territorialità, gioco: parole chiave che sembrano riprendere le riflessioni di Roberto Battagliasullo spazio, ovviamente pensato per imparare, ma anche utile per divertirsi e confrontarsi.

Dalle varie riflessioni emerse nel blog, cosa apprende, infine, un progettista? Forse imparare a progettare “opzioni”, esercizio che misura la libertà di ognuno e, in molti casi, agevola talenti e capacità.  Il design delle “opzioni” non realizza progetti compiuti ma una sorta di “opera aperta” che, pur dentro una narrazione circoscritta, consenta ad ognuno di costruirsi attivamente letture personali  - e di senso - di quella storia. Le “opzioni”, secondo Carone, consentono di orientarsi facilmente, dare spazio alla creatività, all’attenzione selettiva, alla consapevolezza, ad una possibile rêverie lucida e consapevole. Il progetto dello spazio dell’apprendimento diventa, allora, il progetto di una piattaforma che si adatti e sappia accompagnare i ritmi di ognuno. Un progetto che è, con le parole di Varchetta, obiettivo estetico, laddove l’esperienza del bello si presenta come costante situazione a tendere, aspetto incompiuto che genera una tensione continua e puntuali, rivisitabili, accoppiamenti “strutturali” tra individuo e ambiente.

Parafrasando George Pérec, disegnare opzioni è consentire il passaggio, continuo (secondo i contesti, i casi, gli umori) da uno “spazio all’altro senza farsi del male” e scegliendo le soluzioni che costruiscono modelli e ritmi, per se e per l’organizzazione, funzionali, appunto, ai processi di apprendimento.

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