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L’uomo della folla

In un celebre racconto di Edgar AllanPoe compare uno strano personaggio, incontrato dal narratore durante le sue passeggiate per la grande città. E’ una figura anonima e inquietante che si muove freneticamente e senza posa per giorni e notti. Il protagonista, che parla in prima persona, lo insegue sempre più affascinato da questa strana figura. Conviene seguire la dinamica del racconto e il suo sviluppo. Il narratore, che potremmo definire un flaneur, un esteta, prova interesse per la folla, per la massa indistinta e frenetica dei passanti che senza posa si muovono per le vie e i marciapiedi della metropoli. Ma improvvisamente la sua attenzione è calamitata dall’apparizione dello sconosciuto:

 

“la fisionomia di un vecchio di sessantacinque o settant’anni attrasse e fermò, per l’assoluta singolarità della sua espressione, tutta la mia attenzione. (…) le più paradossali supposizioni di genialità, e di spilorceria, di cupidigia, di freddezza, di malizia, di circospezione, di sanguinarietà, di orgoglio, di panico e di intensa e suprema disperazione, mi invasero in confusa folla la mente. Subito mi sentii più che mai desto, colpito e affascinato. ‘Quale strana storia’ mi chiesi ‘è scritta dentro a quel petto?’ ” (tr. it. p. 401).

Colpito e affascinato, il narratore comincia a seguire l’uomo della folla nel suo andirivieni “senza scopo apparente”. “Epperò il suo modo di agire mi restava del tutto incomprensibile”.

Il pedinamento sfibrante dura molte ore. Alla fine, affronta direttamente lo sconosciuto “fissandolo negli occhi” – ma questo sfugge e continua la sua frenetica andatura.

La conclusione del racconto è una constatazione: l’uomo della folla è senza meta e senza requie. La folla non è solo il suo ambiente ma anche la sua fonte di energia. Egli appartiene alla folla, ne è come l’emanazione e il paradigma…

 

Quale tipo di piacere dà il consumo dei beni? Nel tempo dei “beni ad alto contenuto simbolico” l’aspetto estetico ha una doppia caratteristica riferibile al consumo e alla produzione. Fornisce un supplemento di enjoyment sconosciuto alla dimensione funzionale del puro utile; questa stessa dimensione di enjoyment d’altra parte è alla base di un aumento consistente del valore attribuibile al prodotto. L’economia dei beni simbolici, su cui il sociologo francese PierreBourdieu ha a lungo ragionato, è dunque l’altra faccia, altrettanto influente, dell’economia della conoscenza. E’ questo il motivo dell’importanza attuale del design, per esempio.

Ma come tradurre la parola enjoyment? Se andiamo al di là del linguaggio del marketing con la sua apparente neutralità, troviamo in questo termine un singolare spessore che investe l’estetica filosofica e la stessa psicoanalisi. La traduzione oscilla tra “piacere” e “godimento”. Nella tradizione estetica occidentale moderna i due significati grosso modo coincidono, ma è lo stesso per noi – oppure l’avvento dell’economia dei beni simbolici ha reso indispensabile una più approfondita riflessione?

Nel termine “piacere” (estetico) in effetti risuona una calma compiutezza: il piacere estetico è sempre appagato, contemplativo, dal momento che la bellezza è sempre, per definizione, oggetto di un contemplazione disinteressata. Nel godimento invece affiora un sottofondo ansioso: esso ha a che vedere con la ripetizione e con l’insoddisfazione, se lo riferiamo al mondo degli artefatti e appunto delle cosiddette merci ad alto contenuto “simbolico” – la parola “immaginario”, per molti motivi, sarebbe preferibile. Più ne bevi, più hai sete – così osserva il filosofo sloveno Slavoj Zizek proprio a proposito del motto che esemplifica l’ Enjoy!, ENJOY Coca Cola!

 

Questo motto implica una paradossale prescrizione del godimento. Una sorta di imperativo. E’ una forma del “devi!” – dunque si traveste da morale. Le merci implicano, suggeriscono – che cosa? Una morale. Nello stesso tempo, si può notare che questo motto non è isolato: fa parte di un “comune sentire”, diremmo, è all’intero di una sorta di archivio. La parola archivio, usata a suo tempo da MichelFoucault, pare appropriata. L’archivio comprende diversi sistemi discorsivi, enunciati appartenenti a differenti discipline.

A quale archivio appartiene l’Enjoy! ? Ne fanno parte elementi eterogenei, tutti in una certa misura derivanti dalla svolta della post-modernità: le teorie dell’arte contemporanea, l’antropologia e la sociologia, e perché no, le stesse dichiarazioni del marketing. Ecco alcuni enunciati a mio parere comparabili, che potremmo considerare appartenenti appunto allo stesso archivio:

 

- “I supernercati per me sono come i musei” (Andy Warhol, anni Sessanta)

 

- “La funzione essenziale del consumo è la sua capacità di dare significato. (…) le merci (sono) un mezzo di comunicazione non verbale per la facoltà creativa dell’uomo. (…) L’obiettivo più generale del consumatore può consistere unicamente nel costruire un universo intelligibile con i beni che si sceglie” (Douglas, Isherwood, 1979, tr. it. 1984, pp. 69 e 73).

 

- “La ‘verità’ possibile dell’esperienza estetica tardo-moderna è probabilmente il ‘collezionismo’, la mobilità delle mode, il museo anche; e, alla fine, lo stesso mercato, come luogo di circolazione di oggetti che hanno demitizzato il riferimento al valore d’uso e sono puri valori di scambio (…) ma di scambio simbolico, sono status symbols, tessere di riconoscimento dei gruppi” (Vattimo, 1989, p. 96).

 

- “Gli stili di vita si indossano e si smettono come abiti perché sono un mix composito di aspirazioni, modelli di consumo, idee” (Ferraresi, 2003, p. 67).

 

Come si vede, la provenienza disciplinare di questi enunciati è eterogenea, tuttavia essi individuano un fondo comune – un archivio comune, si potrebbe dire. Ciò che caratterizza l’Enjoy! è naturalmente il suo carattere apertamente normativo. Come ho appena osservato, si direbbe che contenga un carattere “morale”. E’ una morale che prescrive però qualcosa di diverso da ciò cui siamo abituati. Per la precisione, prescrive il godimento. Ci dice “come dobbiamo…” godere degli oggetti, delle merci, anche delle opere d’arte e degli artefatti estetici. Indica implicitamente un territorio ben più vasto di quello corrispondente al “godimento estetico” disinteressato della bellezza. Prescrive insomma un sentire – Bourdieu usava la parola habitus - finalmente sganciato dalla connessione “alta” tra bello e bene che risale nientemeno che a Platone e alla cultura greca. E’ questo tratto che rende l’enunciato così esemplare per la nostra attualità.

 

Come funziona l’ Enjoy! ? Esso è una prescrizione trasversale: la frase di Warhol aveva una sua concisa e paradossale verità “poetica”. La sua componente complementare si mostra però, come nella conclusione di un sillogismo, nella conseguente prescrizione: puoi, anzi devi poter provare lo stesso enjoyment in entrambi i casi, andando a visitare un museo o una mostra d’arte, o andando a fare shopping. “I love shopping!” corrisponde all’ Enjoy! e neutralizza nel sentire ogni critica. Tutti i beni, tendenzialmente, diventano “simbolici” sotto questa insegna. E come tali “espressivi”. Mentre le opere d’arte, inversamente, giustificano pienamente la loro appartenenza alla logica del mercato. Ne consegue una sorta di equivalenza dei luoghi: supermercati e musei, nella sensibilità di Warhol, sono “lo stesso luogo”. E questa sensibilità si è trasmessa a noi, è diventata parte del nostro sentire.

Dunque, gli enunciati intorno ai beni simbolici, che inglobano anche l’Arte, appartengono a un archivio che si propone come campo generale di enunciazione, e che ha un risvolto normativo. Questo campo descrive, ma anche dispone o rende possibile, insomma legittima un’economia del godimento profondamente differente dal sentimento estetico disinteressato della tradizione moderna.

Enjoy!è la formula “morale” conseguente a questa situazione. Essa presuppone una paradossale equazione: i beni sono la forma odierna del Bene.

 

Ma il godimento che così si prescrive, appunto, non è il piacere. L’uomo dell’Enjoy! somiglia piuttosto, nella spinta ripetitiva, alla descrizione dell’“uomo della folla” di Poe e non più al cittadino della polis. Il suo carattere non è la flanerie ma l’agitazione senza fine. Egli è “della folla” perché è l’agitazione della folla che lo fa muovere, lo carica come una molla, gli permette di andare e venire incessantemente, “come la notte” di cui si alimenta: “egli, come la notte, non faceva che andare e venire, né per l’intero giorno si allontanò un attimo dalla turbinosa via” (Poe, tr. it. cit., p. 406). E’ del tutto naturale associare a questa immagine della folla l’immagine che vediamo ogni giorno, nei luoghi del consumo, e in particolare al tempo del saldi…

 

Non possiamo capire l’estetica oggi, credo, senza fare riferimento a coordinate extra-estetiche. Alle teorie sul “nuovo spirito del capitalismo” (Boltanski, Chiapello) aggiungerei un’osservazione. Credo che oggi nello scenario della globalizzazione ci siano tre grandi forme di economia o di produzione di plusvalore, coesistenti e non successive. L’economia del sudore, a bassa tecnologia ed alta intensità di lavoro non qualificato, basata sulla produzione di commodities, corrispondente all’evoluzione della “fabbrica” moderna (Klein, 2000). L’economia della conoscenza, totem ideologico degli anni recenti, basata sulla valorizzazione economica del General Intellect e connessa alla produzione ad alta tecnologia e alla produzione dell’immateriale (Rullani, 2004). Infine, quella che si può definire una economia del sentire (nome in codice manageriale: economia delle esperienze). E’ qui che la produzione di plusvalore è strettamente legata alle cosiddette “esperienze emozionali” e alla sfera dell’immaginario. I processi di valorizzazione sono strettamente connessi alla produzione di un’emozione definibile come “godimento” e istanziata in grandi sistemi di produzione di artefatti ad alta componente “simbolica” (nome in codice manageriale: Brand). Sono queste circostanze del presente a definire oggi l’emozionalità in modo radicalmente differente dal passato.

L’estetica emozionale si presenta oggi come un’economia dell’emozione che mette in discussione la stessa pacifica equazione presente nel sintagma “piacere o godimento”. Non sono in realtà la stessa cosa oggi.

 

Dunque l’enjoyment non è il piacere. La tradizione psicoanalitica ha introdotto una distanza semantica fondamentale tra i due termini. Il godimento implica nella sua sfera semantica almeno tre aspetti: in primo luogo, la connessione del piacere con una sorta di disagio o di “dolore” o di “infelicità” (Senaldi, 2003). Il godimento è infatti connesso alla ripetizione, non trova compimento nella contemplazione disinteressata della forma dell’oggetto o nella stessa fruizione. Per tutti i beni simbolici vale la constatazione ironica di Zizek: più ne hai, più o altro ne vorresti.

In terzo luogo, implica una sorta di passione del contatto, una forma diinteresse fattuale che precipita nell’oggetto. Il godimento ha oggi il suo corrispondente oggettuale “parcellizzato” nella ricerca incessante di un’ “emozione”  legata  al contatto con l’oggetto: il gadget è in un certo senso l’emblema, il corrispondente di queste “fettine dijouissance” (Lacan).

Disagio, costrizione ripetitiva, contatto. Nell’enjoyment siamo passivi rispetto a “qualcosa in noi più di noi stessi” come direbbe Lacan – un’extimité che ha la sua base là fuori, nel gadget o in quella che efficacemente a suo tempo Mario Perniola ha definito come una progettazione del sentire.

 

NOTA

Questo breve testo riprende considerazioni già fatte altrove: in particolare in “Osservazioni sul profilo dell’emozione nel contemporaneo” in Russo, L., Tedesco, S., a cura di, Sull’emozione, Centro Internazionale Studi di Estetica, Palermo, 2013, pp. 153 sgg.; “Prima persona. Cinque tesi critiche sull’aisthesis emozionale”, Il Verri, n. 55, 2014, pp. 62 sgg.; Anima e campo. La produzione del sentire, 2014, in corso di pubblicazione.

 

RIFERIMENTI

- Boltanski, L., Chiapello, E., 1999, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Gallimard

- Bourdieu, P., 1992, tr. it. 1992, “Habitus, illusio e razionalità” in Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Presentazione e Introduzione di L.J.D Wacquant, Torino, Bollati Boringhieri, pp. 84 sgg.

- Douglas, M., Isherwood, B., 1979, tr. it. 1984, Il mondo delle cose. Oggetti, valori, consumo, Bologna, Il Mulino

- Ferraresi, M., 2003, La marca. Costruire un’identità, rafforzare un’immagine, Roma, Carocci

- Foucault, M., 1969, tr. it. 1971, L’ archeologia del sapere, Milano, Rizzoli

- Kant, I., tr. it. 2013, Riflessioni sul gusto, a cura di O. Meo, Palermo, Centro Internazionale Studi di Estetica

- Klein, N., 2000, tr. it. 2001, No Logo. Economia globale e nuova contestazione, Milano, Baldini & Castoldi

- Perniola , M., 2002, Del sentire, Torino, Einaudi

- Poe, E.A., tr. it. 1971, “L’uomo della folla” in Opere scelte, a cura di G. Manganelli, Milano, Mondadori, pp.396 sgg.

- Rullani, E., 2004, Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti, Roma, Carocci

- Senaldi, M., 2003, Enjoy! Il godimento estetico, Roma, Meltemi

- Vattimo, G., 1989, La società trasparente , Milano, Garzanti

- Warhol, A., 1975, tr. it. 1990, La filosofia di Andy Warhol, Genova, Costa & Nolan

 

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