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Anger Management

«Goosfrabà» è un’espressione utilizzata dagli Esquimesi per calmare i propri figli durante le intense crisi di pianto e ristabilire uno stato di normalità. La stessa normalità che il noto psichiatra Buddy Ryddel, interpretato da un sadico Jack Nicholson tenta di ripristinare nelle anomalie comportamentali di un “rabbioso” Adam Sandler, nel film Anger Management (2003). Dave, disegnatore di linee di abbigliamento per gatti è il tipico dipendente succube del proprio capo, incapace di far valere le proprie ragioni e totalmente assoggettato al suo volere, e non solo a quello del “boss”! Apparentemente calmo e mite, Dave nasconde in realtà un temperamento passivo/accondiscendente che al momento opportuno sfocia in drammatiche esplosioni di rabbia evidentemente dannose per la sua vita sociale.

Il film, per quanto a tratti comico, riesce a descrive con lucidità e acume scientifico uno dei problemi più ricorrenti degli ultimi decenni, non solo sul piano professionale ma anche a livello sociale: il controllo della rabbia. Probabilmente quando si parla di rabbia balzeranno alla mente i contributi dei grandi studiosi quali Koop & Lundberg (1992) che l’hanno definita, per l’appunto, «il maggior problema nelle relazioni umane». Per chi può definirsi un “addetto ai lavori” inoltre, questo tema rimanderà anche ad una serie di soluzioni e dunque, di riflesso, al metodo adottato da Novaco (1975) per la gestione dello stress. Chiamato Cognitive-Behavioral Therapy, esso si basa sul cosiddetto SIT (Stress inoculation training) e fu inizialmente sviluppato per il trattamento dell’ansietà, salvo poi accorgersi degli ottimi risultati raggiunti anche per il controllo della rabbia. Il metodo consta, sinteticamente, di tre fasi: preparazione cognitiva, acquisizione delle capacità e applicazione. Le stesse che vengono vissute anche dal protagonista del film in esame.

La pellicola non solo affronta il problema mostrandone tutti i suoi risvolti negativi nella vita di un individuo ma pone anche alcune importanti domande e spunti per ulteriori riflessioni. Il protagonista, infatti, non sa di essere affetto da tale patologia e dunque è totalmente incapace di catalizzare i comportamenti correttivi appropriati. Questo solleva la prima questione: è sempre possibile accorgersi dei propri comportamenti aggressivi? La trasposizione cinematografica suggerisce, di fatto, che talvolta un aiuto proveniente dall’esterno e per di più non richiesto possa essere un inevitabile quanto necessario punto di partenza. Come nella realtà, anche nel film, Dave deve i suoi scatti di rabbia ad una pregressa esperienza traumatica che fu per lui un’enorme fonte di stress. 

In particolare lo stress lavorativo, quello che qui maggiormente interessa, è descritto dal NIOSH (National Institute of Occupational and Safety Health) come «l’insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore. Lo stress connesso col lavoro può influire negativamente sulle condizioni di salute e provocare perfino infortuni». È curioso, a questo proposito notare come un fenomeno naturale come lo stress, in grado di far scattare meccanismi neurochimici che rendono i sensi più pronti ad affrontare la vita, sia nella sua accezione e dimensione degenerativa, fonte di problemi.

Il secondo aspetto sollevato dal film e sul quale probabilmente vale la pena soffermarsi, è rappresentato dalla casistica di avvenimenti scatenanti la rabbia. Se da un’analisi di sorvolo si può pensare che l’ambiente di lavoro possa essere annoverato tra i primi posti, ad un’analisi più attenta, in realtà, il dato è sovvertito. A questo proposito, Thomas H. Holmes e Richard Rahe (1967) hanno messo a punto un elenco di cambiamenti ordinati in base alla rilevanza: nei primi cinque posti di questa particolare classifica si trovano motivi riconducibili alla vita personale e di coppia come cause scatenanti le crisi di rabbia. Il “licenziamento”, il primo dei fattori attribuibili all’ambito lavorativo, si trova all’ottavo posto. Per incontrare il secondo bisogna scorrere l’elenco fino alla ventitreesima posizione, dove si colloca il “cambiamento di responsabilità sul lavoro”. Seguono, rispettivamente al ventiseiesimo e al trentunesimo posto il “notevole successo personale” e i “problemi con il capo sul lavoro”.

Questi dati aiutano a far luce sulle principali cause fonti di stress e quindi di rabbia, ma non solo. Essi evidenziano un dato forse poco considerato, o meglio considerato al contrario. Spesso infatti, parlando di stress e rabbia si fa riferimento al proprio lavoro, al rapporto con il “capo” o a quello con i colleghi. La realtà, invece, inverte questa tendenza, attribuendo un maggior grado di turbolenza a quelle situazioni stressanti provenienti dalla vita privata. Che il lavoro tolga energie è indubbio, che ci metta alla prova altrettanto, ma forse occorre saper leggere ciò che ci accade invertendo il vertice ottico, smettendola cioè di osservare tutto dalla lente di ingrandimento (dalla prospettiva del lavoro) e cominciando a guardare ad occhi nudi. Ci si accorgerà, probabilmente, che quelle che sembrano situazioni lavorative stressanti, non sono altro che la punta dell’iceberg: il grosso, risiede in ciò che ci portiamo a lavoro da casa.

Per concludere, il film ha un “happy ending”, le vecchie paure dimenticate e la rabbia sconfitta. Riconoscere di avere scarso controllo delle proprie emozioni è un primo passo verso la guarigione, senz’altro. In caso contrario buona «Goosfrabà» a tutti.

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