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Contro gli specialisti, ma senza esagerare

Tempi duri per gli specialisti. Sono sotto attacco incrociato. Spesso colpiti anche da fuoco amico, che poi è il più insidioso, perché spesso nasconde il movente della rivalità professionale. Faccio subito l’esempio di specialista che viene oggi in mente a tutti: l’ economista.

Nel 2008, la regina Elisabetta, dopo aver ascoltato una dotta dissertazione sulla crisi economica di alcuni accademici della London School of Economics, aveva esclamato in pubblico, con il candore della “non specialista”: “Come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?”. Una regina, tipicamente, non è una specialista: la sua prospettiva è diversa e deve, in qualche modo, assomigliare di più a quella della casalinga di Voghera (o di Manchester) che a quella di un tecnico o di un accademico. Gli economisti (che sono invece dei tecnici), davvero imbarazzati del commento spontaneo dell’anziana signora, che infrangeva la consueta reverenza per l’accademia, si sono poi affannati nei giorni successivi a scrivere a Sua Maestà uno straccio di risposta.

Troviamo  a questo link il testo della lettera imbarazzatissima indirizzata a Buckingham Palace dal Professor Geoffrey M. Hodgson della Business School dell’University of Hertfordshire. Nella lettera si ammette che alcune delle migliori menti matematiche hanno provato a ragionare in termini di risk management, ma perdendo spesso di vista la “bigger picture”. “E’ difficile ricordare un esempio più grande di “wishful thinking”  combinato con hybris accademica” scrive Hodgson “ i politici di tutti gli orientamenti sono stati affascinati dal mercato” aggiunge l’economista “ma non solo i politici, anche gli economisti stessi”. “In definitiva il fallimento delle previsioni viene fatto discendere da una carenza di immaginazione collettiva di molte delle menti più brillanti del mondo, nel comprendere i rischi che correva il sistema economico nel suo complesso. Infine Hodgson se la prende con i programmi universitari anglosassoni che sfornano “idiot savants”, competenti su tecniche matematiche ma ignoranti in economia. Specialisti che ignorano la psicologia, la filosofia, la storia e che quindi non comprendono l’economia. Nell’aneddoto della Regina si capovolge la favola che dice “il Re è nudo!” Ad essere nudo, è lo scienziato, smascherato dal candore regale.

Conoscendo questa vicenda mi sono accinto a leggere il saggio di Giuliano da Empoli “Contro gli specialisti” prevedendo e pregustando frecciate alla corporazione degli accademici e dei tecnici. E il sorriso sulle cantonate della “Scienza triste”, così come Carlyle chiamava l’economia. Devo dire che le aspettative non sono state deluse. Giuliano da Empoli, poliedrico fiorentino, è uno dei saggisti italiani che si legge con maggior diletto, in un fiato. Giurista ma con interessi sociologici ed economici, è stato assessore alla cultura a Firenze ed è oggi Presidente del glorioso Gabinetto Vieusseux.

Il sottotitolo, “La rivincita dell’umanesimo”, sintetizza l’idea dell’autore che, contrapposto allo specialismo, ci sia l’umanesimo. E per dimostrare quest’idea, Da Empoli ci parla della disastrosa recessione di una fiorente economia basata sulla finanza, dovuta all’incapacità di un grande paese di pagare i suoi debiti.  La fiorente economia era quella di Firenze, il debitore era l’Inghilterra di Edoardo III, e l’anno il 1339.  Nella Firenze devastata dalla crisi economica si incontrano e s’intendono due intellettuali di una nuova generazione: Petrarca e Boccaccio. La novità è nella loro avversione tanto alle rigidità teologiche quanto al sapere accademico.  L’uomo è al centro della loro visione del mondo. Da quella crisi inizia la rivoluzione (e anche il rifiorire economico) che porterà a Leonardo e infine a Michelangelo.

Il messaggio, in tempo di recessione, sembra ottimista. Ma non è certo che nasceranno oggi nuovi umanisti che rimetteranno al centro del mondo l’uomo invece del mercato. Mentre si arriva velocemente e piacevolmente alla fine del libro, in un crescendo di allarmi sull’uso dei “big data”, sull’avanzare degli “ignoranti istruiti”, di fronte ad affermazione come “Chi subordina ogni conoscenza a uno scopo non è libero ma è uno schiavo”, cominciano a sorgere dei dubbi sulla tesi di Da Empoli.

Il pensiero, forse un po’ rozzo, che mi passa per la testa è che non mi farei mai operare da un “non specialista” e non volerei mai su un aereo progettato da umanisti. Poi mi viene da pensare che in un Paese come l’Italia, di tradizione crociana, è sempre pericoloso sminuire il valore del pensiero scientifico e tecnico che, per approdare a risultati, non può rinunciare agli specialismi.

Le ragioni condivisibili dell’umanesimo o, più semplicemente del generalismo, non dovrebbero opporsi a quelle dello specialismo.

La miopia dello specialismo può essere sicuramente controbilanciata anche per via “specialistica”. Ho di recente progettato e organizzato, per un centro di ricerche aerospaziali, un corso di “systems engineering”. La disciplina consiste in tecniche per armonizzare, in un progetto, ad esempio un velivolo, domini tecnologici e specialismi molto diversi. Per giungere ad un progetto migliore in tempi più brevi. Il “systems engineer” è uno specialista che, sapendo socraticamente di non sapere, assume un atteggiamento e un metodo generalista e sistemico. Ma non è il generalismo dei manager (generalisti per definizione), né quello di politici, né quello dei tuttologi e degli opinionisti.  Contro l’ overconfidence dei tecnici (non sapere di non sapere), che porta ad errori madornali come quelli degli economisti Reinhart e Rogoff che hanno sbagliato una formula in un foglio excel inducendo il mondo intero a politiche di austerità disastrose, esiste un principio di prudenza metodologica, di approccio sistemico, di onestà intellettuale. Un sottovalutato anellino di guarnizione di gomma dello Space Shuttle (e non aver fatto circolare l’informazione nota ad alcuni su quel punto debole dell’astronave) provocò un disastro nel quale morirono 7 astronauti e bloccò per anni il programma spaziale della NASA.  D’altra parte anche Napoleone, che non era certo uno sprovveduto in strategia, sbagliò il suoi calcoli a Waterloo. La scienza della complessità, che spesso si invoca in questi casi, ha un suo “statuto epistemologico” in alcuni principi che troviamo anche nel buon senso quotidiano e nei proverbi che trasmettono un’arcaica saggezza nell’affrontare situazioni complesse. Ad esempio contare fino a 10 prima di sparare un parere specialistico.

Non vedo alcuna contrapposizione tra lo specialismo e l’umanesimo. E neanche figure somme di sintesi, a meno che non si ipotizzi  la supremazia dei filosofi platonici, a cui affidare il governo della repubblica, magari auspicando che in ogni luogo decisionale ci sia un genio come Platone, come Francesco Petrarca, come Leonardo da Vinci, come Johann Wolfgang Goethe.

Essere specialisti non significa perdere di vista i valori umani e la “bigger picture”, non solo se si è Albert Einstein: ad ogni livello di capacità professionale. Essere specialisti non significa peccare sempre di overconfidence, trincerarsi dietro uno status professionale, dare “copertura accademica” ad idee sbagliate. Nelle organizzazioni, superato lo specialismo parcellizzato del fordismo, spetta ai manager orchestrare le specializzazioni, curando che tutti abbiano sempre la visione d’insieme, integrino i domini disciplinari, perseguano obiettivi di livello superiore e di maggiore orizzonte temporale, applichino i principi del buon management che sono i principi del buon senso. E insegnare queste cose, anche mostrando le deboli analisi degli specialisti dell’economia, o gli svarioni previsionali degli scienziati, è compito dei formatori di management. Perché nulla è così interessante come sapere di non sapere.

 

Giuliano da Empoli, Contro gli specialisti, la rivincita dell’umanesimo, Marsilio 2013

 

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